Workation: quando lavorare da remoto in vacanza o in viaggio è un’opportunità.

Workation una tendenza in fase di consolidamento

Il neologismo “workation” nasce dalla combinazione delle parole “work” e “vacation”. È una delle tendenze che si sono andate maggiormente affermando durante la pandemia, riscuotendo successo soprattutto tra i lavoratori in smart working.

Conosciuta talvolta anche col nome di “holiday working”, la workation consiste infatti nello svolgimento di un’attività di lavoro da remoto da un luogo di villeggiatura o mentre si è in viaggio. Il concetto su cui si fonda è quello di poter godere degli agi e del relax di una località di vacanza senza però sacrificare la produttività lavorativa.

Una situazione inimmaginabile fino a pochi decenni fa, resa possibile dalla tecnologia, in cui i confini tra ambiente lavorativo e vacanza si fanno sempre più labili fino a confondersi.

L’evoluzione di questo fenomeno ha creato nuove opportunità di business soprattutto all’interno del settore dell’ospitalità attraverso un’offerta adeguata alle esigenze di questa particolare categoria di lavoratori. 

Da fenomeno occasionale e circoscritto, quella di lavorare da remoto da località diverse dalla residenza abituale potrebbe divenire una prassi ampiamente praticata. Per chi si propone di sfruttarla come occasione di rilancio turistico è però necessaria una programmazione adeguata e capacità di visione.  

Genesi del fenomeno

Nata prima della pandemia e diffusa soprattutto tra i millennials impegnati a girare il mondo come nomadi digitali, in seguito all’introduzione delle restrizioni imposte per arginare la diffusione del contagio, la workation ha rappresentato un’opportunità per l’intero comparto turistico e non solo.

I nomadi digitali possono infatti essere considerati i veri precursori di questo fenomeno: viaggiando in Italia e all’estero, hanno sempre mostrato di prediligere i paesi, le località e le strutture ricettive attrezzate per consentire loro di lavorare ovunque. Non tutte lo erano. Prima dell’emergenza sanitaria globale, molti ostacoli persistevano, anche nei paesi più evoluti, sia in termini di dotazioni tecnologiche, sia in termini culturali, legati alla resistenza alla necessità di apportare cambiamenti a modelli ormai superati.

La pandemia come spinta al cambiamento

Con la diffusione del contagio e l’imposizione delle restrizioni sanitarie le abitudini di milioni di persone hanno subito profonde modifiche, dando ulteriore impulso a questo fenomeno. Nel periodo pandemico anche i lavoratori subordinati e i professionisti, che prima svolgevano abitualmente la loro attività all’interno dei locali del datore di lavoro o negli studi professionali, hanno iniziato a lavorare da remoto dalla loro abitazione. Molti di essi hanno approfittato di questa opportunità per fare ritorno nei luoghi di origine in modo da poter lavorare a distanza rimanendo al contempo immersi in luoghi suggestivi e a contatto con i loro cari.

Sotto il profilo organizzativo la disposizione degli spazi domestici durante i periodi di lockdown ha mostrato presto i suoi limiti costringendo l’intero nucleo familiare ad una coabitazione forzata e spesso disagevole durante l’orario lavorativo. Questa situazione ha indotto molte persone a cercare soluzioni alternative.

Dal coworking alle vacanze smart working

Come è emerso da alcune ricerche uno dei trend più significativi degli ultimi anni (e specialmente del periodo pandemico) è legato allo sviluppo degli spazi di co-working e del co-working di prossimità (all’interno, cioè, del proprio quartiere) che consentono di lavorare da remoto senza allontanarsi troppo dalla propria abitazione. Questo ha permesso la riscoperta dei propri quartieri e di approfittare al contempo di maggiore tempo libero per sé stessi ed i propri svaghi.

Conseguentemente anche la scelta di optare per vacanze smart working risponde ad una logica analoga: riuscire a lavorare in modo produttivo a distanza conciliando le esigenze professionali e ricreative con quelle del proprio nucleo familiare.

Avere la possibilità di unire il lavoro al relax in un luogo gradevole, lontano dai ritmi frenetici, dalla calura e dall’inquinamento delle città permette di ottenere il recupero psicofisico tipico della vacanza, riducendo lo stress e migliorando al contempo anche le prestazioni lavorative.

Workation: in cosa consiste

La workation è una modalità di prestazione lavorativa che in genere prevede la permanenza del lavoratore in un’area di villeggiatura all’interno di uno spazio di coworking locale, su base settimanale o mensile.

Il lavoratore che opta per questa scelta non sacrifica periodi di ferie perché, a tutti gli effetti, sta continuando a lavorare.

Alcune distinzioni e requisiti necessari

Fare una vacanza smart working non è però per tutti. Una scelta di questo tipo richiede, come presupposto di base che si stia svolgendo una qualche forma di lavoro a distanza. Come è agevolmente intuibile, questa tipologia di lavoro può essere svolta solo da alcune categorie professionali e nei casi in cui non sia necessariamente richiesta la presenza fisica della persona sul luogo di lavoro.

La possibilità di lavorare da remoto stando al mare, in montagna o altrove dipende infatti da alcune condizioni:

  • per il lavoratore dipendente, tendenzialmente serve il consenso del datore di lavoro mediante una pattuizione che ne disciplini le modalità (il datore può corrispondere anche le spese di locazione degli spazi di coworking);
  • per i liberi professionisti essere sempre reperibili e restare in contatto con i propri clienti;
  • avere un PC ed una connessione adeguata;
  • la presenza di una postazione ove svolgere il proprio lavoro. Attualmente molte strutture ricettive si stanno attrezzando in questo senso tramite l’allestimento di appositi spazi.

Workation e bleisure travel

Analoga alla workation è il bleisure travel, nato dalla crasi tra le parole “business” e “leisure” e che denota la combinazione tra il viaggio di lavoro e il viaggio di piacere.

Diffusa soprattutto tra i dirigenti e i viaggiatori d’affari anche questa tendenza ha avuto un certo impatto sul settore dell’ospitalità in quanto comporta un allungamento in termini temporali del periodo del viaggio di lavoro e un arricchimento dell’offerta in termini di ricettività e servizi.

Una scelta di questo tipo favorisce una maggiore propensione alla permanenza nella località prescelta, con riflessi positivi sul comparto turistico e dell’ospitalità.

In concreto, il viaggio di lavoro, che solitamente si limita allo stretto indispensabile, una volta portato a termine il motivo che ha richiesto il trasferimento (ad esempio la partecipazione a un convegno) si prolunga inserendo momenti di svago (come escursioni, visite o eventi) da trascorrere nella medesima località consentendo al o alla turista bleisure e a chi lo/la accompagna di conoscere meglio la cultura e le bellezze del luogo. Di solito i costi di viaggio e di alloggio sono coperti parzialmente dal datore di lavoro.

La differenza sostanziale con il lavoro in vacanza risiede nel fatto che in questa seconda ipotesi il lavoratore, per un certo periodo, continua a svolgere la sua attività da remoto ma lo fa semplicemente da una località diversa da quella in cui abitualmente risiede.

L’impatto sul turismo e non solo

Quella di lavorare stando in vacanza rappresenta un’opportunità non solo per il comparto alberghiero e gastronomico, ma può costituire un’occasione di rilancio anche per le numerose località che negli anni hanno tentato, con alterne fortune, di divenire attrattive sotto il profilo turistico.

Riuscire ad intercettare i flussi di turisti-lavoratori può significare essere in grado di ricreare le condizioni assimilabili a quelle di molti anni fa, quando le famiglie riuscivano a godere di lunghissimi periodi di vacanza e trascorrevano parte del loro tempo in località in cui tendevano a tornare ogni anno.

Alcune catene alberghiere hanno allestito offerte mediante pacchetti ad hoc per tutta la famiglia e comprensivi di postazioni di lavoro (in camera o in spazi di co-working), di servizio di baby sitting ed intrattenimento.

Alcuni Paesi, quali ad esempio la Spagna, il Portogallo, l’Estonia, la Croazia, oltre a diversi Stati caraibici, hanno previsto sgravi fiscali e facilitazioni burocratiche per attrarre i turisti-lavoratori stranieri in smartworking.

Per una destinazione, rendere strutturale la possibilità di fare vacanze smart working può comportare una presenza più stabile di persone anche in periodi che non coincidono necessariamente col picco turistico. Riuscire a spalmare il flusso di turisti-viaggiatori per periodi più lunghi significa rendere più vive le località per un periodo più ampio dell’anno.

Attrarre workationer: cosa implica a livello turistico

Essere in grado di attrarre turisti in smart working è una sfida che implica la necessità di fare delle scelte specifiche sia a livello locale, sia i termini di ricettività perché richiede:

  • di dotarsi in primo luogo delle infrastrutture digitali necessarie per consentire ai lavoratori di lavorare efficacemente. Molte località in Italia non godono tuttora di copertura adeguata.  Le misure previste dal Next Generation EU potrebbero sopperire a questa esigenza in modo da superare l’assenza di investimenti nelle zone in cui attualmente non vi è convenienza ad investire.
  • Spazi di coworking per ospitare i visitatori. Non è necessario che siano collocati all’interno della stessa struttura ricettiva (albergo, residence, casa di vacanza) che ospita il lavoratore-turista: può trattarsi anche di spazi esterni, accessibili mediante apposite convenzioni.
  • Servizi adatti allo svago e all’intrattenimento dei familiari dei lavoratori-turisti: in primo luogo i figli. Anche in questo caso non è indispensabile che siano collocati all’interno della struttura ricettiva.
  • Servizi complementari di tipo medico ed amministrativo.

Workation e sostenibilità

Come spiegato in un altro articolo di questo blog, l’impatto del turismo, in ogni sua forma, su una destinazione va valutato con attenzione. A fronte di innegabili benefici economici per la comunità ospitante, vi possono essere ripercussioni meno desiderabili a livello ambientale e sociale. Nel caso in questione, attirare nuovi flussi di turisti-lavoratori richiede una corretta ed armonica valutazione in modo da evitare episodi di sovraffollamento con conseguente carenza nell’erogazione dei servizi o il deterioramento delle risorse paesaggistiche.

I motivi che ispirano la scelta di una località di vacanza in cui lavorare infatti non coincidono necessariamente con i criteri di selezione del luogo in cui si trascorreranno le ferie (vere, “disconnesse”).

Generalmente la decisione di trasferirsi per un certo periodo in un altro luogo continuando a lavorare è ispirata a bisogni come la ricerca della tranquillità, il contatto con la natura o un clima più gradevole e può comportare un livello di fidelizzazione maggiore nei confronti della località stessa, proprio come se si trattasse di trascorrere un certo periodo in una seconda casa di proprietà.

L’impatto sul lavoratore

La workation però risente anche dei tipici difetti dello smartworking, primo tra tutti la difficoltà a scindere la vita personale e lavorativa. Inoltre comporta il disagio di dover portare con sé in viaggio l’attrezzatura per lavorare.

Come emerge da una recente rilevazione effettuata da booking.com, in controtendenza rispetto agli anni precedenti, per l’anno 2022 si prevede un aumento significativo di persone interessate a staccare completamente dal lavoro durante i periodi di permanenza nelle località di vacanza.

La workation quindi rimane una scelta azzeccata e valida per chi, in attesa delle vacanze “vere”, non resiste all’idea di farsi un tuffo in mare dopo il lavoro (o una sciata durante il periodo invernale) oppure non vuole rinunciare all’idea di trascorrere più tempo in un luogo rilassante insieme alla propria famiglia.

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